Mi è capitato di raccogliere il senso di impotenza di alcuni genitori che, in sede di colloquio con i docenti o con gli specialisti che seguono i loro figli in trattamento, si sono sentiti dire: “Il ragazzo non mi segue”. Questa affermazione, se presa alla lettera, sottintende una dinamica relazionale che merita di essere indagata, ponendo una domanda radicale ma necessaria:
perché un/una ragazzo/a dovrebbe seguirci?
Le risposte immediate e intuitive potrebbero richiamare fattori di tipo gerarchico o istituzionale: perché siamo gli adulti, perché rappresentiamo “l’autorità”, perché conosciamo ciò che è bene per lui. Tuttavia, questi argomenti risultano inefficaci all’interno di una relazione educativa che sia autentica e significativa.
Queste premesse rischiano infatti di porre l’adulto in una posizione di superiorità, strutturando una relazione centrata sul potere, più che sulla reciprocità. In questo tipo di assetto relazionale, la comunicazione tende facilmente ad assumere connotazioni direttive, giudicanti o addirittura svalutanti, soprattutto quando l’adulto interpreta il “non seguire” come una forma di resistenza o oppositività.
Come possiamo favorire un aggancio educativo?
Il punto di partenza è la relazione. Investire tempo e intenzionalità nella costruzione di una relazione educativa fondata sulla fiducia, sull’ascolto attivo e sulla valorizzazione del soggetto, rappresenta un passaggio imprescindibile per rendere possibile un’adesione spontanea da parte del/lla ragazzo/a.
Solo quando l’adulto è percepito come figura significativa, capace di accogliere, comprendere e sostenere, può diventare un riferimento autentico. In questa prospettiva, il “seguire” non è più una risposta a un comando, ma il frutto di un processo relazionale, in cui il/la ragazzo/a riconosce nell’adulto un interlocutore affidabile, coerente e rispettoso della sua unicità.
Ne consegue un cambiamento anche sul piano comunicativo: una comunicazione educativa autentica è centrata sulla valorizzazione, non è giudicante, è accogliente e co-costruita. Favorisce la motivazione intrinseca, sostiene l’autoefficacia percepita e apre alla possibilità di apprendere non solo contenuti, ma anche modi di stare in relazione con l’altro.
Spostare lo sguardo dal comportamento alla relazione consente di superare letture superficiali e stereotipate della “mancanza di ascolto” e apre alla possibilità di ripensare il ruolo dell’adulto nella relazione educativa come facilitatore di senso, piuttosto che come semplice erogatore di saperi e conoscenze.
Dott.ssa Daniela Evaroni