Per molti bambini e ragazzi, il momento dei compiti a casa rappresenta una fonte di stress, conflitto e frustrazione. Le difficoltà non riguardano soltanto i contenuti disciplinari, ma spesso il come affrontare lo studio: organizzare il tempo, comprendere le consegne, mantenere l’attenzione, gestire l’ansia da prestazione.
In questo scenario, il compito non è più uno strumento di apprendimento, ma diventa un terreno di scontro che mette in difficoltà studenti, famiglie e, indirettamente, anche la scuola. Per questo motivo è fondamentale costruire una vera alleanza educativa, in cui adulti e ragazzi condividano obiettivi, strategie e significati.
Quando i compiti diventano un problema
I segnali di disagio legati allo studio sono spesso evidenti:
- procrastinazione continua;
- rifiuto del compito o crisi emotive;
- eccessiva dipendenza dall’adulto;
- tempi di studio molto lunghi e poco produttivi;
- bassa autostima e senso di inadeguatezza.
In presenza di DSA, BES o fragilità emotive, questi segnali possono intensificarsi, soprattutto se lo studio è affrontato senza un metodo strutturato e personalizzato.
È importante sottolineare che, nella maggior parte dei casi, il problema non è la mancanza di impegno, ma l’assenza di strumenti adeguati per affrontare la richiesta scolastica
Il compito come spazio educativo
Dal punto di vista psicopedagogico, il compito a casa non è solo un esercizio didattico, ma uno spazio educativo in cui si sviluppano competenze fondamentali:
- organizzazione e pianificazione;
- autonomia e responsabilità;
- tolleranza alla fatica;
- capacità di chiedere aiuto in modo funzionale;
- fiducia nelle proprie risorse.
Affinché questo spazio sia realmente formativo, è necessario che l’adulto non si sostituisca al bambino, ma lo accompagni progressivamente verso l’autonomia.
Il ruolo dell’adulto: da controllore a facilitatore
Uno degli errori più comuni è oscillare tra due estremi:
- controllo eccessivo (“ti dico io cosa fare, come e quando”);
- totale delega (“arrangiati, devi farcela da solo”).
Entrambi gli approcci rischiano di compromettere il processo di apprendimento. Il ruolo educativo più efficace è quello del facilitatore, che:
- aiuta a strutturare tempi e spazi;
- sostiene l’organizzazione del lavoro;
- rinforza i successi, anche piccoli;
- favorisce la riflessione sul metodo utilizzato.
In questo modo, il bambino impara come si studia, non solo cosa studiare.
Costruire un metodo di studio personalizzato
Un metodo di studio efficace non è uguale per tutti. Deve tenere conto di:
- età e livello scolastico;
- stile di apprendimento;
- capacità attentive;
- carico emotivo e motivazionale;
- eventuali difficoltà specifiche.
Alcuni elementi chiave di un buon metodo includono:
- suddivisione del compito in passaggi chiari;
- utilizzo di strumenti visivi (mappe, schemi, colori);
- pause programmate;
- obiettivi realistici e verificabili;
- momenti di autovalutazione.
La personalizzazione del metodo consente allo studente di sentirsi competente e di affrontare lo studio con maggiore serenità.
Lo Spazio Compiti come contesto educativo
All’interno di uno Spazio Compiti strutturato, il bambino o ragazzo può sperimentare:
- un ambiente organizzato e prevedibile;
- una relazione educativa non giudicante;
- strategie di studio guidate;
- un sostegno che non sostituisce, ma accompagna.
Presso lo Studio Psicopedagogico e Didattico Alice, lo Spazio Compiti non è un semplice doposcuola, ma un luogo in cui si lavora sull’autonomia, sull’autoefficacia e sul benessere emotivo legato all’apprendimento.
Famiglia, scuola e professionisti: una rete che sostiene
Il lavoro sui compiti è realmente efficace quando c’è continuità tra:
- ciò che viene richiesto a scuola,
- ciò che viene sostenuto a casa,
- ciò che viene elaborato in un contesto educativo specialistico.
La collaborazione tra famiglie, insegnanti e professionisti permette di condividere strategie, ridurre incomprensioni e offrire al bambino un messaggio educativo coerente.
Articolo a cura della Dott.ssa Daniela Evaroni
Immagine creata con CANVA AI