Giornata Internazionale della Lingua dei Segni: il significato educativo di un riconoscimento.

Il 23 Settembre celebriamo la Giornata Internazionale della Lingua dei Segni, un’occasione che va oltre la semplice ricorrenza simbolica: è un invito a riflettere sul valore della comunicazione come processo umano profondo, sul diritto alla piena espressione di sé, e sulla necessità di riconoscere le identità culturali e linguistiche della comunità sorda.

La scelta della data non è casuale: coincide con la fondazione della Federazione Mondiale dei Sordi, istituita nel 1951 per promuovere i diritti e la dignità delle persone sorde in tutto il mondo.

Per capire a pieno l’importanza di questa giornata è necessario volgere uno sguardo alla storia. Una storia fatta di esclusione, fraintendimenti, emarginazioni, ma anche conquiste. Già in epoca platonica, si riteneva che il pensiero fosse indissolubilmente legato alla parola: dialogo interiore dell’anima.  Di conseguenza, chi non era in grado di parlare era considerato incapace di organizzare un pensiero complesso, e quindi socialmente irrilevante. I sordi vennero così percepiti alla stregua dei malati cronici, bisognosi di assistenza più che di educazione.

Questa visione ha dominato per secoli, lasciando poco spazio a una comprensione reale del mondo sordo. Solo nel Rinascimento si iniziano a ipotizzare approcci educativi che considerano la possibilità di colmare il divario comunicativo attraverso associazioni tra immagini, parole e oggetti. In questo contesto si sviluppano due approcci distinti: da una parte il “metodo oralista”, centrato sull’uso esclusivo della parola parlata e della rieducazione articolatoria; dall’altra il “metodo manualista”, che valorizza i segni visivi come canale comunicativo.

Una figura chiave in questa seconda direzione fu l’Abate Charles-Michel de l’Épée, che nel Settecento rivoluzionò l’educazione dei sordi non solo rendendola accessibile a tutti, ma anche fondando un metodo inclusivo, non riservato alle élite sociali. Il suo approccio non restò confinato alla Francia: si diffuse in tutta Europa grazie alla formazione di educatori che portarono i segni nei loro centri di lavoro.  In Italia, nel 1784, l’Abate Silvestri applicò un metodo bilingue presso l’Istituto per Sordi, fondato sulla lettura labiale e sull’uso della lingua dei segni come strumento primario di comunicazione.

La strada verso il riconoscimento fu tutt’altro che lineare.

Un momento storico decisivo si ebbe nel 1880 con il Congresso di Milano, durante il quale venne sancita la supremazia del metodo oralista e fu deliberatamente esclusa la lingua dei segni dagli ambiti educativi. I sordi presenti firmarono una mozione contraria che non fu nemmeno presa in considerazione. Da quel momento si impose un’educazione fondata sull’articolazione della parola parlata, sull’esercizio meccanico della voce, sulla lettura labiale, e si escluse ogni forma di comunicazione visiva. In linea con un’Italia che, nel periodo post-unitario, cercava di superare ogni frammentazione linguistica, si arrivò alla cancellazione della LIS nelle scuole, alla scomparsa degli insegnanti sordi e alla riduzione dell’esperienza educativa a una forzata omologazione linguistica.

La comunicazione, in quel contesto, venne interpretata come uno strumento per uniformare, non per incontrare. Ed è proprio su questo punto che, oggi più che mai, dovremmo soffermarci. La comunicazione non può essere pensata come un canale a senso unico. Comunicare non significa solo trasmettere contenuti, ma riconoscere chi si ha di fronte, creare un ponte tra un’identità e un’altra. È un atto di relazione profonda, che nasce dalla volontà di conoscere e comprendere l’altro.

Ed è allora lecito chiedersi: perché, storicamente, è sempre stato chi appartiene a una minoranza a dover compiere lo sforzo di farsi comprendere dalla maggioranza? Perché il peso dell’adattamento deve ricadere solo su chi comunica in modo diverso? Per quale ragione non si mette mai in discussione la responsabilità della maggioranza nel creare ambienti realmente inclusivi, accessibili, in cui in cui nessuno debba rinunciare a se stesso per essere accolto?

Queste domande sono fondamentali anche in ambito educativo. Come educatrici ed educatori, sappiamo bene che ogni persona apprende, comunica e si esprime attraverso canali diversi, e che il nostro compito non è quello di “normalizzare” le differenze, ma di valorizzarle. La Lingua dei Segni non è semplicemente uno strumento compensativo, ma una lingua completa, viva, espressiva, portatrice di una cultura ricchissima. È una forma di espressione e di appartenenza che consente a chi la utilizza di sentirsi parte di una comunità, di non essere escluso, di poter contribuire alla vita sociale con pienezza.

Solo nel Novecento questa consapevolezza inizia a farsi strada anche in ambito accademico. Nel 1950, il linguista William Stokoe dimostra che le lingue dei segni possiedono una grammatica e una sintassi proprie, e che possono essere studiate come tutte le altre lingue naturali. La sua pubblicazione Sign Language Structure segna una svolta nel modo di intendere la comunicazione sorda, che non è più vista come carenza, ma come variante linguistica pienamente legittima.

Negli ultimi decenni, a livello internazionale, si sono compiuti passi importanti. La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 2006 invita esplicitamente gli Stati a promuovere l’uso delle lingue dei segni e a riconoscere l’identità culturale della comunità sorda. La Convenzione UNESCO sulla diversità culturale del 2005 sottolinea l’importanza delle identità plurali e del rispetto per ogni forma di espressione. In Italia, nel 2021, la Repubblica ha finalmente riconosciuto ufficialmente la Lingua dei Segni Italiana, definendo percorsi formativi per chi lavora in contesti educativi, sociali e culturali con la LIS.

Tutto questo ci riguarda da vicino. Ogni volta che entriamo in relazione con l’altro, in classe, in un progetto educativo, in un contesto terapeutico, mettiamo in gioco non solo un contenuto, ma anche un modo di essere, di percepire il mondo, di comunicare. Educare significa, oggi più che mai, saper abitare la complessità, e riconoscere che la pluralità dei linguaggi è parte integrante della ricchezza umana.

Celebrare la Giornata Internazionale della Lingua dei Segni, allora, significa molto più che ricordare una data. Significa affermare il diritto di ogni persona a essere vista, ascoltata e riconosciuta per ciò che è. Significa rifiutare modelli educativi che impongono l’uniformità e scegliere, invece, di costruire una cultura dell’incontro, in cui le differenze non siano un ostacolo, ma un’opportunità di crescita condivisa.

La Lingua dei Segni ci ricorda che esistono molti modi per comunicare, e che ciascuno di essi ha pari dignità, valore e bellezza. Nessuno dovrebbe mai sentirsi fuori posto solo perché non può accedere alla comunicazione attraverso l’udito. A questa realtà esiste una risposta educativa concreta, e renderla possibile è una responsabilità collettiva.

A cura della dott.ssa Damiana Piangivino